In Ecuador chiude l’ultimo casinò: come conseguenza del voto di uno dei referendum dello scorso 7 maggio proposti dal presidente Rafael Correa, che ha stabilito l’entrata in vigore del divieto di gioco d’azzardo, hanno chiuso i battenti gli ultimi casinò.

A maggio dell’anno scorso il governo di Rafael Correa aveva chiesto l’opinione dei cittadini via referendum e il 45,8% degli ecuadoriano aveva risposto sì all’interdizione al gioco. A settembre c’era già stata una prima ondata di chiusure di sale giochi e bingo, ma fino a pochi giorni fa erano attivi ancora otto casinò, ospitati nei principali hotel di Quito e di Guayaquil, che ora sono diventati tutti vietati per legge.

Correa aveva posto in dubbio non solo la moralità del gioco d’azzardo, ma l’impatto finanziario di questa pratica per le famiglie ecuadoriane già duramente provate dalla povertà e dalla crisi. Negli ultimi anni, complice la difficile situazione economica, infatti, si erano moltiplicate le sale illegali. Fra l’altro – aveva accusato l’esecutivo – queste attività sono utilizzate per il riciclaggio di denaro sporco ed evadono le tasse.

Per le sale legali costrette a chiudere, però, si tratta di un danno economico valutato in 180 milioni di dollari annuali, in un settore che occupava più di 6000 persone in forma diretta che ora reclamano al Governo un nuovo posto di lavoro.

Secondo Pedro Sanchez, responsabile del Casinò Montecarlo la mossa di Correa non cancellerà il gioco d’azzardo che sarà illegale e più difficile da controllare. Stando alle cifre che circolano in Internet i latinoamericani che hanno sviluppato una forma di dipendenza dal gioco oscillerebbero fra i 5 e i 20 milioni, ovvero fra l’1,37% e il 3,37% della popolazione.